Teoria e prassi antiautoritaria


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Il Punto


Le difficoltà del presente e il punto della situazione


Nell’affrontare l’odierna situazione storica, ci troviamo di fronte a tutte le difficoltà proprie di una fase di profonda sconfitta dei lavoratori, ed il momento che stiamo attraversando è tale che ha trovato la sinistra tutta, intesa nella sua accezione più ampia, in un ritardo drammatico che si estende anche all’iniziativa e al ruolo delle componenti rivoluzionarie e, quindi, anche agli anarchici.

In queste note non ci soffermeremo tanto sulle caratteristiche della fase che già sono state affrontate in elaborazioni non solo nostre e alle quali rimandiamo, quanto sulle prospettive del nostro agire politico.

La crisi della democrazia borghese


Termini storicamente complementari come “sinistra” e “democrazia”, che nel linguaggio corrente rimandano a concetti generali che appartengono alla storia del movimento operaio e che tutti noi rivendichiamo presentano oggi, sotto l’incalzare della crisi, comuni aspetti di decadimento tali da non poter essere utilizzati a riferimento in una riflessione sulle prospettive dell’iniziativa rivoluzionaria.

Una delle conseguenze di questa lunga e profonda crisi consiste infatti nell’usura del modello democratico parlamentare, che manifesta profondi segnali di cedimento proprio nell’esercitare il ruolo istituzionale di mediazione tra gli interessi delle rispettive borghesie capitalistiche (e delle classi sociali di casa nostra), espropriato com'è dalle pratiche e incontrollabili istituzioni del capitalismo nella loro configurazione finanziaria nazionale e internazionale, che decidono senza chiedere permesso a nessuno. Da qui la crisi politica della forma democratica e parlamentare nell'intero occidente capitalistico e in Europa.

Non è certo la prima volta che questa situazione si verifica e non è il caso di attardarci in paragoni storici o paventare scenari apocalittici, quali il ritorno al fascismo o altre disdicevoli semplificazioni: si tratta, piuttosto, di riconoscere questi fenomeni per ricondurli ai loro autentici contesti, evitando pericolose illusioni.

Ci riferiamo a tutte quelle tendenze che individuano nel ritorno ai più autentici intenti dei “padri europeisti” o ai più integrali valori fondanti la Costituzione, la chiave buona per aprire tutte le porte sbarrate dalla crisi se non, addirittura, per rifondare una sinistra parlamentare e non, ormai in crisi di identità e travolta dal “renzismo”.

Intendiamoci bene: qua non si tratta di liquidare un patrimonio di libertà sia pure borghesi per la strenua difesa di una alternativa rivoluzionaria che non c'è stata perché non era nelle prospettive storiche, sottovalutando la transizione anche istituzionale dal fascismo alla democrazia borghese che, lo ripetiamo, non sono la medesima cosa, ma di collocare quelle libertà, magari solo enunciate, all'interno dei contesti storici nei quali si sono sviluppate per comprendere che un progetto politico di emancipazione deve avere qualche cosa in più del semplice enunciato, sia pure nobile.

In questo senso i frequenti richiami al “Manifesto di Ventotene” o ai valori fondanti la Costituzione non possono che pregiudicare la ripresa dell’iniziativa politica anticapitalistica proprio perché astratti.


Il “Manifesto di Ventotene” e il ritorno ai valori costituzionali

“Per un'Europa libera e unita. Progetto d'un manifesto” è questo il titolo del documento redatto nel 1943 da Spinelli, Rossi e Colorni durante il loro sequestro operato dal regime fascista con il confino nell'isola di Ventotene.

Oltre ai contenuti di sincero stampo liberalsolcialista, ciò che francamente colpisce nell'elaborazione di questi tenaci antifascisti è la loro convinzione di poter arginare l'imperialismo, le sue articolazioni strategiche e istituzionali e le sue degenerazioni con l’enunciazione di alti e nobili principi formulati per orientare la funzione dell’Europa, quasi come se lo scontro allora in atto tra potenze (siamo nella seconda guerra mondiale imperialista) fosse riducibile a un conflitto di idee e di volontà e non già a uno scontro armato tra potenze per il controllo dei mercati mondiali, scontro che coinvolgeva soprattutto quell'Europa che gli estensori del manifesto volevano plasmare in senso federalista e democratico e che invece, veniva a edificarsi in una dimensione chiaramente imperialistica.

D'altronde la seconda guerra mondiale si risolse con la disfatta del nazifascismo, da cui seguì un'Europa i cui assetti furono delineati dallo scontro tra l'imperialismo USA e l'emergente imperialismo dell'URSS: da qui la divisione in sfere di influenza e, successivamente, la “guerra fredda”.

Non si era quindi in presenza di uno scontro tra democrazia e socialismo, tra libertà e autorità, in cui collocare una visione liberalsocialista del mondo, ma di una contrapposizione tra due modelli capitalistici con diversi assetti ideologici e istituzionali, nel quadro della competizione imperialistica sui mercati mondiali.

E' questo non ideologico e contraddittorio contrasto che unì e oppose le borghesie capitalistiche dell'epoca e che contaminò, assimilò, divise e travolse le grandi masse oppresse del proletariato internazionale a oriente come a occidente, gettando le basi dell’unità tra le centrali del capitalismo europeo: un processo tutt’altro che concluso e che procede anche oggi tra contraddizioni e ostacoli innumerevoli.

Un’Europa che, fin dalla fine della seconda guerra mondiale, avrebbe dovuto tendere all’Unità per acquisire maggiore autorevolezza nella competizione imperialistica mondiale: un obiettivo che, invece, si allontanava, rallentato e deviato proprio dagli interessi particolari perseguiti dai singoli stati capitalistici. Ancora oggi l’interesse particolare ostacola il perseguimento dell’interesse generale: per contrastare efficacemente l'irrompere nello scenario imperialistico mondiale di nuove e aggressive potenze l'Europa dovrebbe stare unita ma non è ancora capace.

Il manifesto di Ventotene, senza entrare nel merito dei suoi nobili contenuti, prescinde da simili considerazioni, dimostrandosi assolutamente ininfluente sulle vicende che avrebbero portato alla costituzione dei governi Badoglio (luglio 1943 – giugno 1944) e alle concrete conseguenze della conferenza di Yalta (febbraio 1945) che avrebbero delineato gli assetti mondiali e europei nei suoi mutevoli sviluppi, fino alla crisi dell’imperialismo dell’URSS, forte militarmente ma debole economicamente, culminata con il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e con la riunificazione della Germania. Quindi, oltre gli enunciati e le migliori intenzioni, sia detto senza ironia alcuna, ciò che prevale sulle idee delle elites democratiche del periodo bellico sono proprio gli assetti capitalistici che determinano gli scenari mutevoli e contraddittori dello sviluppo storico e dello scontro tra le classi, perché sono i rapporti di forza reali che determinano la possibilità di cambiamento e non le idee astrattamente perseguite.

La Costituzione della Repubblica Italiana


Queste considerazioni riguardano anche i continui, decontestualizzati e francamente stucchevoli richiami alla “Costituzione della Repubblica italiana” e alle sue interpretazioni più integrali e estensive. E anche in questo caso l'enunciato rischia di divenire ideologia o, peggio ancora, la maschera dello sfruttamento capitalistico, occultato dietro i pronunciamenti costituzionali, esaltanti ma astratti, di pace, libertà, uguaglianza e lavoro.

Non siamo così banali da rifiutare simili riferimenti ma, alle migliori intenzioni che comunque apprezziamo, diamo la precedenza agli obiettivi concreti e, da questo punto di vista, le garanzie costituzionali da sole non servono a garantire quei diritti che la democrazia borghese ha consapevolmente contraddetto, realizzando un sistema sociale basato sullo sfruttamento anteponendo, sempre, le esigenze del profitto e della divisione di classe a quelle della liberazione dal bisogno, della libertà e dell’emancipazione delle classi subalterne.

Per cui, nel difendere i concetti di libertà, pace, uguaglianza e lavoro, garantiti dalla Costituzione, questo non ci sfugge, noi non facciamo riferimento al dettato costituzionale ma alla storia della nostra classe che ha raccolto questi ideali dal fango in cui la borghesia li aveva gettati, ponendoli alla base dello sviluppo dell’umanità.

Questi concetti, che la Costituzione assimila e astrattamente ripropone, sono stati difesi nel concreto dal proletariato mondiale e dalle sue organizzazioni politiche e di massa, proprio perché parte integrante della sua storia, dei suoi programmi, dei suoi percorsi di emancipazione e delle sue storiche conquiste. E sono proprio queste conquiste ad essere aggredite dai grandi processi di ristrutturazione: esse vengono meno proprio perché è crollato il tessuto sociale, culturale e di classe che le sosteneva e che le aveva rese possibili, originando quelle spinte verso il progresso delle classi subalterne e il loro progressivo rafforzamento.

Non è quindi il caso di partire da astratte formulazioni sia pure comprendenti le intenzioni più nobili, ma dalla realistica consapevolezza della fase in atto, delle sue caratteristiche e dei compiti nostri.


Autocritica contro autoreferenzialismo

Chiariti alcuni tra gli equivoci più ricorrenti, dobbiamo realisticamente affermare che non è coerente all’impostazione rivoluzionaria rifiutare il progresso anche quando questo non si traduce in rivoluzione proprio quando, aspettando che questa si produca, lasciamo ad altri il compito di occuparsi della vita concreta delle classi subalterne: esse si libereranno certamente da sole ma, al riguardo, proprio in riferimento all’anarchismo e alle sue più attuali elaborazioni, siamo consapevoli che se la storia la fanno le masse con le loro sconfitte e con le loro vittorie, questa è mossa dalle minoranze, anche se insignificanti da un punto di vista della quantità.

Questa considerazione ci rimanda al concetto bakuninista di “minoranza agente” più che mai attuale, anche in riferimento alle difficoltà del presente. Ed è proprio questa minoranza che dovrà organicamente costituirsi per iniziare a procedere oltre e contro gli astratti enunciati costituzionali, per porre la questione europea sull’unico piano vincente che è quello internazionalista, per la realizzazione non dell’Europa del capitale ma dei lavoratori, per un forte sindacato europeo capace di unificare e difendere tutte le classi subalterne oltre i reciproci interessi imperialistici.

Recentemente, dopo una approfondita analisi delle caratteristiche della sconfitta e una conseguente valutazione autocritica, svolta proprio per non attribuire sempre la colpa alle avverse circostanze, alla forza altrui e al destino, non ci siamo rivolti al manifesto di Ventotene né alla Costituzione dagli alti ideali, né ad altri pretesti ideologici: ci siamo rivolti invece verso le nostre soggettive responsabilità nei confronti dello stato delle cose, nel quale è maturata una sconfitta che non ha precedenti nella storia di questi ultimi settanta anni.

Il capitale trionfa, non ostante che il mondo che è capace di descrivere tolga ogni speranza di un futuro migliore, e ciò apre al paradosso: una situazione in cui i guasti operati dal capitalismo sono sotto gli occhi di tutti e il fallimento del mercato e dello stato è evidente, segna anche una poderosa sconfitta delle classi subalterne e della medesima prospettiva rivoluzionaria che coinvolge anche il movimento anarchico nelle sue componenti più consapevoli.

Al riguardo riteniamo che le forze militanti espresse da compagne e compagni anarchici attivi su di un piano di classe costituiscano oggi un prezioso patrimonio e, non ostante la ristrettezza dei numeri, un buon punto di partenza per un processo di crescita specifico il quale, per non essere effimero, crediamo debba avvenire nella realtà dell’intervento politico e sociale e non solo negli ambiti che tutti noi ci siamo costruiti e che sostanziano il nostro anarchismo.

Ma questi compagni sono spesso isolati e divisi tra le loro rispettive realtà, siano esse costituite dal giornale, dal sito, dal gruppo o dall’organizzazione, dalla collocazione sindacale o di movimento, dalla predisposizione all’elaborazione politica, quando non sopraggiungono disdicevoli fratture personalistiche.

Il limite oggettivo di tutte queste esperienze, positive in se, è che non riescono a esprimere una risultante e tendono piuttosto a chiudersi nei loro rispettivi ambiti per annullarsi a vicenda.

Questo processo va ben oltre le migliori intenzioni di tutti noi e consiste proprio nella autoreferenzialità di tutte queste esperienze che rimangono al massimo difensive rispetto alla grave condizione di crisi nella quale agiamo.

“Lettera ai compagni d’Italia”


E’ in base a queste nostre consapevolezze che abbiamo inviato a una serie di compagne e di compagni una lettera dal titolo a tutti noi noto “Lettera ai compagni d’Italia” alla quale rimandiamo in allegato (All. 1) proprio per riproporre quei contenuti e quei concetti strategici e organizzativi che Bakunin definì nel lontano 1872 e che sono ancora attualissimi.

Con la lettera non intendevamo superare e annullare le esperienze, il lavoro, i ruoli individuali, collettivi e organizzativi svolti dalle compagne e dai compagni, per il non formale rispetto che abbiamo nei confronti di coloro che scelgono comunque di agire, ma di considerare queste esperienze e questi ruoli come una risposta inevitabilmente parziale alle necessità di ripresa del movimento anarchico in una fase difficilissima come l’attuale e, al riguardo, citiamo un esempio: la nostra tattica di intervento sindacale non esaurisce ma introduce la necessità di un più ampio confronto tra quelle decine di compagne e compagni anarchici che intervengono nella CGIL, nella consapevolezza che un intervento coordinato in una specifica realtà può produrre un concreto processo di crescita anche partendo da forze ridotte. Ciò implica non l’annullamento ma la socializzazione delle nostre rispettive esperienze, intese come risposte “inevitabilmente parziali” a una fase complessa che impone all’anarchismo di rinnovarsi.

Purtroppo la nostra proposta non ha ottenuto i risultati sperati, ma la lettera doveva comunque essere scritta e la proposta esplicitata, proprio per far emergere l’autoreferenzialità del movimento anarchico, limite questo evidentemente presente anche nelle sue componenti a noi più vicine per storia, posizioni e prassi politica.

Nel rispondere ai nostri argomenti, alcuni compagni con bonaria ironia che apprezziamo, hanno fatto riferimento all’incanutimento di alcuni di loro e, in evidenza anche al nostro che non ci sentiamo di negare, rivendicando la positiva volontà di procedere oltre. Non è certo per difendere una qualunque rendita di posizione che ci attardiamo in un esempio, quello della piovra.


“L’enigma” della piovra e le prospettive dell’anarchismo


E’ ancora un mistero come la piovra, dotata di forza erculea e cervello articolato e complesso, non abbia raggiunto alcuna zoologica supremazia nei mari. I ricercatori sembrano ormai prossimi a risolvere l’enigma dopo complesse osservazioni sulle abitudini delle femmine di piovra.

Queste si accoppiano una sola volta nella vita e depongono le uova che difendono e accudiscono fino alla morte senza che i maschi abbiano, in questo, ruolo alcuno. Le femmine di piovra si ritrovano sole e quando le uova si schiudono le giovanissime piovre devono affrontare da la vita individualmente, senza riferimento alcuno, poiché la madre muore per sfinimento.

Così è che prive di riferimenti e di orientamenti le giovani piovre iniziano sempre da capo a tessere la trama della loro esistenza e non possono beneficiare dell’esperienza acquisita, così come avviene in altre specie.

Quando, verso la fine degli anni ’60, un nucleo di compagne e di compagni iniziò quel percorso che, dentro e fuori alla Federazione Anarchica Italiana, avrebbe coinvolto preziose risorse militanti per costruire un’organizzazione politica degli anarchici al fine di conferire sostanza e visibilità al loro ruolo politico, queste compagne e questi compagni si trovarono soli e incapaci, per limiti non solo soggettivi, a riannodare le precedenti esperienze dell’anarchismo di classe che non erano state trasmesse alle generazioni successive. Questo indubbio limite, sommato a tutte le altre difficoltà, non consentì di individuare e respingere alcuni vecchi e fatali errori che vennero, invece, replicati: ciò contribuì non poco a dissipare, le preziose risorse accumulate in un tenace intervento militante e che, dissoltesi verso la fine degli anni ’70, non si sarebbero più ripresentate in quella favorevole dimensione qualitativa e quantitativa.

Non riteniamo, infatti, che il trincerarsi dentro le rispettive esperienze possa essere di qualche giovamento e l’anarchismo, così procedendo, non è detto che possa divenire l’elemento propulsore del processo rivoluzionario, perché la storia avanza anche senza di noi.

C’è bisogno di realismo, di reciproca considerazione e di costruzione paziente e, quindi, di chiarezza e di interlocuzione concreta, e non crediamo che nessuno degli sforzi individuali e collettivi, compreso il nostro, obiettivamente considerato nella modestia che esprime, possa costituire la premessa esclusiva su cui effettuare la ripresa.

Nessuna delle esperienze in atto all’interno delle componenti di classe del movimento anarchico, è oggi in grado di porre in essere quei processi di crescita qualitativa e quantitativa indispensabili alla definizione di una concreta proposta da articolarsi efficacemente nella realtà sociale.

Da qua è necessario partire consapevoli che queste considerazioni possono essere rivolte anche a quelle centinaia di compagne e compagni che non fanno riferimento al movimento anarchico, ma che ci affiancano nel nostro quotidiano intervento e con i quali riscontriamo interessanti convergenze sia pure parziali.

Non proponiamo quindi semplicistici rapporti con entità non anarchiche per surrogare così alle nostre difficoltà identitarie ma non crediamo nemmeno che queste interlocuzioni si possano liquidare semplicemente perché non anarchiche.

La strada è tutta in salita perché, ancora una volta, non si combinano le tre circostanze sulle quali possa svilupparsi il processo rivoluzionario per il superamento del capitalismo: “ situazione di crisi, masse in movimento, ruolo della minoranza agente”, come sintetizzarono i nostri compagni dei Gruppi Anarchici di Azione Proletaria (GAAP) nel 1950, ma non possiamo stare con le mani in mano e, in considerazione delle difficoltà in cui operiamo, siamo sempre più convinti che una credibile proposta che possa costituire la ripresa dell’iniziativa degli anarchici fuori e oltre gli ambiti limitati in cui questa permane, non possa che scaturire da una rinnovata volontà unitaria di confronto, di elaborazione e di iniziativa politica.

Comunismo Libertario

(All. 1)

“Lettera ai compagni d’Italia”


Scriviamo questa “lettera” richiamandoci volutamente ad una lettera ben più famosa e importante della nostra, poiché pensiamo sia necessario ed opportuno una riflessione generale e collettiva da parte di quei compagni e compagne che, come noi tutti, hanno vissuto da protagonisti le esperienze politiche e le innumerevoli vicissitudine organizzative dei comunisti anarchici e comunisti libertari a partire dai primi anni ’70 ad oggi.

Il primo dato che sta alla base di questa nostra “lettera” è il convincimento che la sconfitta del movimento operaio sia tale da non aver precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale.

Su molti nostri precedenti documenti, articoli, riflessioni, (che crediamo inutile riportare in questa sede, ma di facile rintracciabilità nei nostri siti e nei nostri/vostri rispettivi archivi) abbiamo già indicato come la fase di riflusso possa essere indicata schematicamente con la sconfitta della FIAT degli anni ’80.

Da allora ad oggi sono passati altri 35 anni e la crisi economica conclamatosi a cavallo del 2007/2008 ha accelerato e amplificato le caratteristiche di disorientamento ideologico, reso ancora più difficili le stesse battaglie resistenziali che a partire da quegli anni avevano comunque caratterizzato lo scontro sociale in Italia.

Non esiste, oggi, alcuna diga, né alcuna capacità di organizzazione o di mobilitazione che possa contenere la chiara strategia di attacco del capitale alle condizioni economiche e sociali delle classi subalterne e delle nuove generazioni da parte dei governi nazionali e della borghesia europea ed internazionale, tramite i suoi organismi di controllo e di comando, dal FMI, alla UE alla Troika per finire alla Banca Mondiale, passando chiaramente dalle compagine governative nazionali.

Il riformismo classico, quello che noi abbiamo sempre indicato come “utopia riformista” è giunto anch’esso ad una totale trasformazione genetica per arrivare ad uno stadio di puro e semplice gestore del possibile.

Scrivevamo, subito dopo la vittoria elettorale del centrosinistra nelle elezione amministrative del 29 e 30 maggio 2011:

“…Siamo in presenza di una scomposizione e ricomposizione di classe secondo le leggi dello sviluppo capitalistico, da cui può sorgere un nuovo assetto politico che, inevitabilmente basatosi sul precedente potrebbe anche rappresentarne un perfezionamento. …
… è possibile ipotizzare lo sviluppo di una nuova compagine sociale costituita da schieramenti diversi e divergenti per precisi interessi di classe, che si vanno integrando e scomponendo in equilibri in parte intercettati dalla svolta antimoderata e di sinistra dell’elettorato intercettata dalle formazioni politiche di centro sinistra.
Appare in tutta evidenza come, oltre all'indiscutibile, genuino e non trascurabile afflato antiberlusconiano, ampi settori della borghesia finanziaria e industriale, dell'editoria, dell'imprenditoria diffusa e alcuni settori della chiesa cattolica abbiano appoggiato le formazioni di centrosinistra nel tentativo di essere presenti fin dall'inizio dell'avventura per condizionarne le sorti.
Anche la Confindustria ha tardivamente e definitivamente preso le distanze dal  berlusconismo dopo averlo efficacemente sostenuto per anni, ma si è schierata con le ali più intransigenti del capitale che mirano a demolire il contratto nazionale e a isolare l'opposizione sindacale.”

Le ultime elezioni europee del maggio u.s. hanno confermato tale processo, e il cosiddetto sistema dei partiti, complice l’ ulteriore accelerazione dovuta alla crisi economica in atto, ha prodotto quell’autonomizzazione della politica la quale ha finito per aderire non già e non più a interessi di classe né a blocchi sociali propriamente definiti, ma soprattutto a interessi particolari di gruppo, di casta, di setta e di cosca.

Il consolidamento del PD come partito nazionale del 40% ottenuto proprio per lo spostamento di ampi settori Confindustriali, di partite IVA, professionisti, commercianti, settori cattolici, vecchio elettorato di destra deluso ecc…, ha acclarato tale previsione.

Un PD quindi non più forza moderatamente di sinistra, nel senso classico del termine, cioè sensibile e promotrice di battaglie di promozione sociale delle masse lavoratrici, ma sempre più amalgama di interessi economici e finanziari che nulla hanno a che vedere con gli interessi dei lavoratori e delle classi subalterne.

Un grande comitato elettorale per Renzi, a livello nazionale, ma con piccoli medi e grandi caporioni locali, signori delle tessere, con l’obiettivo di mantenere equilibri consolidati o di formarne altri per i loro adepti e cordate.

Nessuna tensione, magari solo etica, alle condizioni delle classi subalterne. La governabilità, qualunque questa cosa voglia significare, diventa l’imperativo categorico dei ceti amministrativi.

Rapporti di forza, conflitto sociale, blocchi sociali di riferimento, tutto azzerato e rimosso.

Il determinismo economico diviene la stella polare ed unica via per determinare scelte comunque consequenziali.

In questa “lettera” riteniamo che sia inutile dilungarci sul punto di vista più strettamente sindacale in quanto, voi tutti, potrete verificare le nostre posizioni al riguardo leggendo i numeri di “Difesa Sindacale”.

Tuttavia è opportuno ricordare la totale collateralità che il gruppo dirigente della CGIL ha dimostrato, limitando lo spazio temporale agli ultimi 4 anni prima, nei confronti del governo Monti, successivamente nei confronti del governo Letta, entrambi governi di unità nazionale, per collocarsi nel solco della totale subalternità alla politica e, in particolare, alle componenti più moderate del Partito Democratico, oggi non casualmente partito di governo.

Il disinteresse per le sorti delle masse lavoratrici e dei giovani è totale, ridiventati come sono, solo ed unicamente “merce”, necessaria al procedimento di accumulazione capitalistica, al punto che un Ministro del Governo Renzi può finalmente urlare la sua profonda convinzione, senza che sia elevatop, non diciamo un moto di ripulsa o di condanna, ma almeno di ipocrita stigmatizzazione nei confronti di un Ministro che all’interno di un'altrettanta ipocrita e falsa democrazia dovrebbe rappresentare e tutelare non una parte, ma l’intero popolo:

“Io credo che la prima battaglia che dobbiamo combattere sia di natura culturale. Dobbiamo dire basta alla dilagante cultura anti imprenditoriale. Basta alla criminalizzazione del profitto. Sfugge una semplice verità: solo un imprenditore che fa profitti può investire, crescere e dare occupazione”

(Intervento di Federica Guidi Ministro dello Sviluppo Economico- Assemblea generale di Confindustria Roma, 29 maggio 2014)

In questo contesto che non esitiamo a definire drammatico nella sua complessità, le organizzazioni che ancora si richiamano ad una tradizione di classe o rivoluzionaria e alla necessità di un superamento dell’assetto capitalistico sono (siamo) poco più che sette o piccoli circoli di irriducibili nostalgici. Le nuove generazioni, da sempre necessario veicolo di cambiamento e di rottura con gli assetti istituzionali e culturali dominanti, sono letteralmente perse nella necessità della sopravvivenza materiale attraverso i pochi lavori precari che il mercato garantisce, o si ritrovano sparse nel “villaggio globale”, o costrette a una nuova ed allo stesso tempo antica consuetudine all’emigrazione: dai pub londinesi alle lontane farm in Australia.

Niente si muove con una chiara, definita e unitaria visione di insieme in senso anticapitalista. Continuiamo ad avere momenti parziali di contestazione territoriali e settoriali, movimenti anche di alta tensione e grande capacità organizzativa, ma che non superano mai la visione specifica rivendicativa su cui sono nati. Tali movimenti, seppur confermando, per dei materialisti come noi, la giustezza che la lotta di classe esiste sempre e comunque, testimoniano la tragica mancanza di una reale espressione di rappresentanza generale degli sfruttati e delle masse lavoratrici.

Quello che a nostro avviso manca, (ecco il riferimento preciso alla lettera più famosa), sono gli “ stati – maggiori, la rete bene organizzata e ben orientata dei capi del movimento popolare”

Per questo crediamo che sia giunto il momento di procedere in avanti e tentare un possibile lavoro in comune, senza che a nessuno vengano richieste abiure delle proprie esperienze politiche e organizzative.

Pensiamo, invece, ad una possibile e concreta convergenza su alcune tematiche nazionali, campagne di lotta, seminari, organizzazione di scuole quadri, che insieme possiamo organizzare.

In questi ultimi 4 anni noi ci siamo impegnati e continueremo a farlo sul terreno che più ci è proprio; il terreno sindacale, che ci appare ancora oggi un terreno non certo esaustivo ma indispensabile per la formazione delle future avanguardie e per la loro stessa crescita teorica e militante.

Rimaniamo altresì convinti che il terreno sindacale sia un aspetto fondamentale della nostra capacità di penetrazione e di radicamento nelle masse lavoratrici e nelle nuove generazioni ed è per questo che , nel 2011, abbiamo messo a disposizione il progetto e lo strumento di “Difesa Sindacale”.

Ma dobbiamo constatare, nonostante i buoni propositi espressi anche in riunioni comuni come a Firenze con i compagni dell’UCAdI ed per ultimo a Correggio con i compagni della FdCA, la collaborazione con Difesa Sindacale non si è mai concretizzata.

Siamo quindi disponibili a misurarci su qualsiasi terreno vogliate proporci.

E chiaro che noi alcune idee le abbiamo, ma quello che manca è la massa critica necessaria per attuare qualsiasi ipotesi di reale radicamento e di ulteriore sviluppo organizzativo.

Gli “stati maggiori” o si creano ora oppure, quando l’eventuale ripresa dello scontro sociale avverrà ( e sicuramente avverrà) ci sorprenderà e ci supererà coma già ci è successo ben due volte negli ultimi 70 anni:

  • subito dopo la guerra con l’esperienza dei GAAP, esperienza per tutti noi significativa e di riferimento che non a caso in una situazione di crisi,(gli anni ’50) seppur diversa dall’attuale, si è ripiegata su se stessa declinando in presunte certezze dogmatiche e settarie;

  • subito dopo il 68 con l’esperienze comuniste libertarie e comuniste anarchiche che, inevitabilmente, sia per la giovane età della maggior parte di noi, sia per l’assenza, appunto, di “stati maggiori” in grado di indicare e mantenere la giusta barra del riferimento teorico ed organizzativo e per la fase che già declinava nella crisi economica, (anche se molti di noi allora non lo avevano ancora colto) si sono frantumate in mille rivoli e in distinguo pseudo teorici.

In concreto siamo disponibili per un incontro a settembre, se vorrete a Livorno, ma comunque dove i compagni e compagne vorranno, con un ordine del giorno da definire meglio, ma che potrebbe partire proprio dai rispettivi giudizi sulla fase che attraversiamo, sempre che qualcuno risponda in maniera interlocutoria e positiva al senso di questa nostra “lettera”.


I compagni e le compagne di

Comunismo Libertario

30/06/2014